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Perché le aziende italiane in Catalogna hanno bisogno di un interprete tecnico

Open space moderno con travi a vista, postazioni di lavoro con doppio monitor e area lounge in primo piano

L’auditor arriva puntuale alle nove, stringe la mano al responsabile di stabilimento e apre il portatile sul tavolo della sala riunioni. In molte filiali italiane in Catalogna, il passo successivo è quasi sempre lo stesso: qualcuno alza la mano per tradurre, di solito dall’amministrazione o dalle vendite, con un livello di spagnolo più che dignitoso per gestire una telefonata o un’email. Il problema emerge un’ora dopo, quando l’auditor comincia a parlare di tolleranze dimensionali o di parametri di processo, e la persona incaricata di tradurre capisce le parole ma non più il senso tecnico che le tiene insieme.

È uno scenario che si ripete più spesso di quanto si immagini, tra le 680 aziende italiane che risultano operare in Catalogna, con 772 filiali sul territorio secondo un rapporto Eurispes del novembre 2023: una presenza che rappresenta il 23,3% di tutti gli investimenti diretti italiani in Spagna, e che colloca l’Italia al quinto posto per numero di filiali estere presenti nella regione, dietro Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito, secondo i dati di Catalonia Trade & Investment (ACCIÓ).

Una presenza che non passa da Roma o Milano

Calzedonia gestisce da L’Hospitalet de Llobregat, alle porte di Barcellona, il proprio polo di distribuzione per il mercato spagnolo, con oltre 2.000 dipendenti. Menarini produce a Badalona dal 1972, su una superficie di 15.000 metri quadrati che oggi comprende anche parte della ricerca del gruppo. Luxottica Ibérica ha stabilito a Cornellà de Llobregat la propria sede di distribuzione per il mercato spagnolo. Tre settori diversi, moda, farmaceutica, occhialeria, con un tratto in comune: nessuna delle tre aziende gestisce la propria attività catalana da un ufficio a Roma o a Milano. La usano come base operativa reale, con personale, produzione o logistica sul posto, non come una casella su un organigramma.

Una presenza di questa scala genera un flusso costante di occasioni in cui la comunicazione tecnica tra italiano e spagnolo conta davvero: audit qualità, collaudi di macchinario, trattative con fornitori locali, riunioni con enti catalani. Non eventi occasionali, ma appuntamenti che si ripetono ogni mese, a volte ogni settimana, per chi opera stabilmente sul territorio.

Una relazione commerciale che va oltre la Catalogna

Il radicamento italiano in Catalogna si inserisce in una relazione commerciale ben più ampia tra i due paesi. Nel 2024 l’interscambio tra Italia e Spagna ha sfiorato i 68,5 miliardi di euro, in crescita del 3,4% sull’anno precedente, secondo i dati Istat. Nei primi nove mesi del 2025 lo scambio bilaterale ha già raggiunto circa 52,9 miliardi di euro, in aumento del 3,8%, con le esportazioni italiane verso la Spagna salite dell’11,8% a oltre 28,3 miliardi. La Spagna è oggi il quarto partner commerciale dell’Italia a livello mondiale, e il terzo all’interno dell’Unione Europea.

Questo volume di scambi non si distribuisce in modo uniforme sul territorio spagnolo: la Catalogna ne assorbe una quota sproporzionata rispetto al proprio peso demografico nel paese, il che spiega perché filiali, stabilimenti e uffici commerciali italiani vi si concentrino con una densità superiore alla media nazionale spagnola.

Perché il dipendente bilingue improvvisato non basta

La soluzione più comune, quando un’azienda italiana affronta per la prima volta un incontro tecnico in Catalogna, è mobilitare chi in ufficio parla spagnolo meglio degli altri. È una scelta comprensibile, spesso gratuita nell’immediato, e quasi sempre rischiosa. Una persona con buon spagnolo generico, ma senza formazione tecnica nel settore in questione, tende a semplificare quello che non capisce fino in fondo, spesso senza rendersene conto. In una riunione commerciale informale questo pesa poco. In un audit, un collaudo o una trattativa contrattuale, la stessa approssimazione può tradursi in un punto di non conformità mal registrato, o in una clausola interpretata in modo diverso dalle due parti.

C’è poi un costo meno visibile ma reale: distogliere per una giornata intera un impiegato amministrativo o commerciale dal proprio lavoro per farlo interpretare non è mai davvero gratuito, anche se non compare su nessuna fattura.

Perché nemmeno un interprete generico basta sempre

Un interprete professionista risolve buona parte del problema, ma non tutto, se non conosce il settore specifico. Parlare correttamente spagnolo è una condizione necessaria per seguire una riunione tecnica, raramente sufficiente da sola: un interprete abituato a conferenze o eventi istituzionali può trovarsi spaesato davanti al vocabolario di un impianto farmaceutico o di una linea di cablaggio, esattamente come lo sarebbe un dipendente bilingue improvvisato, solo con una preparazione linguistica di base più solida.

La differenza, per un’azienda italiana con una filiale o un fornitore in Catalogna, sta nello scegliere un interprete selezionato in base al settore dell’incarico, non solo alla disponibilità del giorno stesso, e nel fornirgli in anticipo un glossario e la documentazione del progetto. È un passaggio che richiede pochi giorni di organizzazione e che cambia sensibilmente il risultato sul posto.

Il rischio nascosto di passare dall’inglese

Molte aziende italiane, quando manca un interprete italiano-spagnolo, finiscono per gestire l’incontro in inglese, considerandolo un terreno neutro tra le due lingue. Con un punteggio di 513 su 700 nell’EF English Proficiency Index 2025, però, l’Italia occupa l’ultima posizione tra i paesi dell’Unione Europea per competenza in inglese, ben dietro Francia (539) e Germania (615). Passare per una terza lingua durante un audit o una trattativa tecnica aggiunge un livello di rischio che poche aziende considerano davvero: ogni squadra ragiona e negozia con maggiore precisione nella propria lingua, e un interprete italiano-spagnolo elimina il passaggio intermedio invece di limitarsi a spostarlo altrove.

Un bisogno ricorrente, non un imprevisto

Per un’azienda già radicata in Catalogna da qualche anno, il bisogno di un interprete tecnico non è un evento eccezionale da gestire caso per caso, ma una necessità che si ripresenta con una certa regolarità: un audit fornitore questo trimestre, un collaudo di macchinario il prossimo, una trattativa di rinnovo contrattuale qualche mese dopo. Poche aziende budgetizzano questo tipo di servizio come una spesa ricorrente, anche se lo è quasi sempre, non appena una filiale o una partnership catalana è operativa da più di un anno.

Per un quadro più ampio sulla presenza delle aziende italiane in Catalogna e sui servizi collegati, la pagina dedicata aziende italiane in Catalogna raccoglie i dati principali e i settori più rappresentati sul territorio.

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